Ciò che non ti uccide, ti fortifica.

 

Il rientro a casa è stato traumatico. Era primavera inoltrata, le giornate si facevano lunghe e calde. Mattia cresceva, era un vulcano, gattonava, sparava cibo ovunque, ma rideva sempre e mi dava forza.
In quel periodo abitavo anche in un posto ostile e avrei dovuto traslocare a breve. Ma io non stavo bene, dovevo siringare le cosce con quelle punture maledette, mi avevano detto che avrei avuto degli effetti collaterali, tipo l’influenza, inappetenza, atassia.
Giorno 1. Non mi sono alzata dal letto. Tremavo, brividi, non avevo forze. Ero più vicina alla morte che all’influenza. Resisto.
Giorno 2. Seconda iniezione. Ospedale. Orbassano. Ricovero. Stavo malissimo. I valori del sangue erano sballatissimi, i linfociti a 700.
L’interferone mi aveva intossicata. Nel reparto di neurologia al San Luigi ero in stanza con due personaggi usciti sicuramente da un cartone animato. Una demenza senile, e una psicopatica anziana compulsiva. La nonnina con la “demenza” aveva invertito il giorno con la notte e quando era sveglia cercava sempre degli oggetti da cucina, tipo un mestolo, un coperchio, e mi veniva spesso a chiamare, di notte, per chiedermi se sapevo o avevo visto qualcosa, che sicuramente era a casa sua. La signora compulsiva si leccava l’indice ogni 4 secondi, come e dovesse sfogliare un libro. In quei giorni non sapevo se ne fossi uscita sana di testa da li dentro.

Ma eccomi di nuovo in ballo. In quei giorni di disintossicazione mi hanno promesso di farmi provare una nuova terapia. Intanto mangiavo pranzi e cene stile razione k. Pranzi a base di polpettone e spinaci, cene con prosciutto cotto e purè di patate denso come malta.

Ero sola. Le giornate non passavano mai. Avevo un Nintendo con super Mario, e in pochi giorni ero al 600esimo livello. Avevo un libro, e un diario, dove annotavo quello che provavo. A rileggerlo oggi erano solo giornate di terrore, ansia, paura, solitudine. Poi la buona notizia: volevano provare ad inocularmi le immunoglobuline e sarei tornata a casa. Il nome era simpatico, non mi turbava la cosa, a “sentimento” mi piaceva. Erano solamente anticorpi, ma giallini e la flebo durava ore e ore, scendevano leeeenti, leeeenti, perché, ora lo so, gli anticorpi fanno schiuma!

Tentavano di trovare una terapia che potesse farmi bene, o meglio, cercavano il metodo per non ammazzarmi. Tanto la faccia da topo l’ho sempre avuta, devono avermi scambiato per una cavia.

Intanto ero decisa a non mollare e comprai i biglietti per il concerto di Vasco a Torino, a luglio. Il 3. Il giorno prima del mio compleanno.

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4 thoughts on “Ciò che non ti uccide, ti fortifica.

  1. Carissima, sto aspettando il seguito come l’acqua nel deserto, perchè io qualcosa sapevo ma leggerlo così nel dettaglio mi fà venire la pelle d’oca, ti voglio bene come tu non puoi immaginare, per me sei sempre stata una DONNA di esempio per tutti.
    Nebiolo Valter

    1. Ciao, come ti ho raccontato, non è stato facile, per niente, ma non bisogna mai perdere il sorriso. Quello non me lo leva nessuno. Sono fiera di conoscerti, e sono con tenta che fai parte della mia vita, ce ne fossero di persone come te! un abbraccio forte manu

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